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Introduzione

La villa costituisce il fulcro di Pieris, venne edificata negli ultimi anni del Settecento da Giobatta, ultimo esponente della famiglia Settimini. Questa famiglia contribuì enormemente allo sviluppo dele campagne monfalconesi, arricchendosi con attività agricole e construzione di grandi case padronali annesse alle aziende. L'edificio venne definito nel catasto austriaco del 1818 "casa di propria abitazione con stalla capace per cinque cavalli e quattro bovi". Al tempo il complesso era costituito dalla casa padronale, alcuni annessi rustici e due aie, il tutto immerso in un ampio giardino con corti separate sia con funzioni residenziale sia produttiva e completato da un brolo. Nel 1879 lìedificio, già in fase di smembramento dall'inizio del Secolo, passò nelle mani di Alessandro de Claricini, originario di Gorizia, molto attiva nella vita municipale. Il processo continuò e Pietro Clemente, detto fugazeta, acquistò solo il corpo padronale e una parte del giardino trasformato in orto, cambiando il nome alla Villa in Palaz de Fugazeta. Ad oggi il proprietario è il Comune di San Canzian D'isonzo e Pieris che ha deciso di renderlo sede municipale.

La villa ad oggi è molto diversa dalla sua composizione dell'epoca Ottocentesca, a causa di numerosi interventi e l'incendio che la danneggiò pesantemente nel 1900.
Alcuni documenti del XIX secolo presentano il complesso così costituito: un corpo ad L e un altro edificio a chiusura a modo di corte interna. La villa era preceduta da un giardino separato da un portone dallo spazio libero rivolto verso la chiesa. Dal viale che attraversava il giardino si diramava una strada che portava direttamente ai terreni agricoli. Nel novecento la zona circostante la villa è stata completamente modificata lasciando intatto solo il corpo padronale.

La facciata anteriore ha subito numerose modifiche, ma è ancora visibile la ripartizione in tre parti, la centrale sporgente, due ali poste lateralmente e le parture simmetriche rispetto ad un asse centrale. La facciata posteriore conserva il carattere originario : si eleva su due piani con sottotetto, una doppia scala esterna centrale porta direttamente all'ingresso (ad arco a tutto sesto con cornice in pietra) del piano nobile, mentre un portone, a sesto ribassato, al centro, conduce al piano terra dove si trovavano le cantine e le stalle. Tutte le finestre hanno cornice in pietra. Viene dismessa nel 1996, dal 2012 è sede della biblioteca comunale di Pieris.

Per approfondire

La famiglia Settimini, originaria di Venezia, apparteneva all’alta borghesia e veniva talvolta indicata come nobile più per la sua ricchezza che per il possesso di veri titoli. Nel tempo aveva accumulato un notevole patrimonio, costituito da immobili in laguna e da capitali investiti soprattutto nella terraferma, seguendo le scelte economiche della Serenissima. I beni erano distribuiti in modo equilibrato tra uomini e donne, che godevano di una certa autonomia patrimoniale, come dimostra il testamento di Angela Settimini del 1670, dal quale emerge una notevole disponibilità economica.

Nonostante l’importanza economica, la famiglia risulta atipica rispetto ad altre famiglie maggiorenti del territorio di Pieris: ricorre raramente ai notai, non utilizza un professionista di fiducia e non partecipa alla vita comunitaria del borgo. La loro presenza sembra concentrata all’interno del palazzo costruito nel centro del paese, mantenendo un certo distacco dalla realtà locale.

Nel corso del tempo i Settimini affidarono la gestione delle proprietà a fattori, poiché parte dei loro interessi rimase sempre legata a Venezia. Tuttavia, il coinvolgimento diretto nella gestione dei beni variò a seconda delle generazioni, con alcuni membri più attivi di altri. È soprattutto nel Settecento che la loro presenza sul territorio diventa più evidente, periodo al quale gli storici fanno risalire anche la costruzione del palazzo, pur tra difficoltà e lacune documentarie.


IL SEICENTO

Le prime testimonianze della presenza della famiglia Settimini nel territorio di Pieris risalgono alla seconda metà del Seicento. Nel 1672 viene registrata la morte di Giovanni Battista Settimini, indicato come “de Pieris” e sepolto nel cimitero della chiesa di Sant’Andrea, segno di una residenza stabile in paese. Si tratta dello stesso Zuan Batta citato nel testamento di Angela Settimini del 1670, che invece risiedeva a Venezia.

Negli stessi anni emerge anche la figura di Antonio Settimini, fratello di Angela, scelto come padrino di battesimo da una delle famiglie più influenti del territorio, i Valentinis. Questo dato evidenzia l’importanza sociale raggiunta dai Settimini, nonostante la scarsità di documenti. Antonio è inoltre il primo membro della famiglia a comparire negli archivi notarili: nel 1688 la famiglia stipula contratti per la gestione e l’acquisto di terreni nei pressi di Pieris, confermando una presenza fondiaria consolidata già prima di questa data.

Dai documenti emerge che i Settimini possedevano a Pieris un complesso abitativo composto da più edifici, destinato a residenza principale e centro dell’attività agricola. La stipula di contratti agrari e di livello, redatti direttamente nelle loro case, dimostra non solo la proprietà dei beni ma anche una gestione diretta degli interessi economici.

La presenza stabile della famiglia è ulteriormente confermata dalla morte di Antonio Settimini nel 1689, sepolto anch’egli nel cimitero di Sant’Andrea. Sebbene indicato come cittadino veneziano, risulta residente a Pieris da molti anni, tanto da essere facilmente considerato parte della comunità locale. Pochi giorni dopo muore anche la figlia Ortensia, sepolta accanto al padre, episodio che chiude una fase significativa della prima presenza documentata dei Settimini nel territorio.
 


IL SETTECENTO

Nel Settecento la famiglia Settimini consolida definitivamente la propria presenza e il proprio ruolo nel territorio di Pieris. È in questo secolo che la documentazione diventa più abbondante, segno di un incremento del patrimonio fondiario e di una presenza più stabile nel palazzo di famiglia. Il testamento di Giorgio Settimini del 1701 testimonia la duplice collocazione degli interessi familiari tra Venezia e il territorio di Monfalcone, oltre al forte legame con Pieris, dove dispone la celebrazione di messe e la costruzione di un altare dedicato a Sant’Antonio nella chiesa di Sant’Andrea.

Alla sua morte, l’eredità viene suddivisa tra nipoti e sorelle, con una distinzione tra beni che richiedevano una gestione diretta e quelli amministrabili a distanza. A raccogliere l’eredità territoriale è soprattutto Giacomo Settimini, che negli anni Venti del Settecento compare frequentemente negli atti notarili come amministratore diretto delle proprietà. La documentazione di questo periodo restituisce un quadro dettagliato del paesaggio agrario locale, caratterizzato da terreni coltivati, prati, boschi, zone paludose e strutture legate all’allevamento, oltre a un complesso sistema di affitti e contratti di livello con i contadini.

Nel corso del secolo, il palazzo dei Settimini assume progressivamente una funzione più rappresentativa, in linea con il modello della villa veneta settecentesca, affiancando alla funzione produttiva quella simbolica e sociale. Tra la fine del Seicento e il primo Settecento l’abitazione viene ampliata e trasformata, con una netta distinzione tra spazi agricoli e giardino ornamentale, a testimonianza del prestigio raggiunto dalla famiglia nella comunità.

Nella seconda metà del Settecento i Settimini rafforzano i legami con le principali famiglie nobili del territorio, assumendo ruoli di rilievo come padrini, procuratori e amministratori di affari complessi. Pur risiedendo anche a Venezia, continuano a seguire direttamente la gestione del latifondo di Pieris tramite agenti di fiducia. La centralità della famiglia è confermata anche dalle sepolture privilegiate nella chiesa di Sant’Andrea, in particolare davanti all’altare di Sant’Antonio.

Negli ultimi decenni del secolo la famiglia stabilisce la propria residenza definitiva a Pieris, stringendo alleanze matrimoniali con la nobiltà locale e incrementando ulteriormente il patrimonio fondiario. Alla fine del Settecento, con il declino della Repubblica di Venezia, i Settimini si ritirano progressivamente dalla gestione diretta, affidandola ad agenti, mentre il controllo della proprietà passa alla generazione successiva, rappresentata da Giovanni Battista Antonio Settimini.


L'OTTOCENTO

Possedimenti e catasto

Il catasto geometrico particellare entra in vigore nel 1760 sotto Maria Teresa d’Austria, con rilevazioni precise dei terreni e delle proprietà. La famiglia Settimini possiede numerose case e terreni a Pieris, tra cui:

  • Case coloniche con stalle per cavalli e bovini

  • Case d’abitazione

  • Terreni arativi e boschi cedui dolci

Esempi dai protocolli catastali:

  • Casa colonica con stalla per 2 cavalli e 6 bovini (casa n. 22)

  • Terreni denominati “Giaretta”, “Busatta”, “Pierantona”, “drio Biagio”, ecc.

All’inizio del XIX secolo, la famiglia inizia a cedere e vendere terreni e case, sia a Venezia, Monfalcone, sia a Pieris.
Alcune vendite notevoli:

  • 1811: Maddalena Settimini cede una casa a Monfalcone a Filippo Corgnal

  • 1812: conferma della vendita di una casa a Venezia

  • 1817-1818: GioBatta vende diverse terre a Pieris e una casetta a Turriaco

Questo segnala un progressivo abbandono del predominio sociale ed economico che la famiglia aveva nel borgo dal Seicento, pur mantenendo la residenza a Pieris per circa altri 50 anni.

Villa di Pieris: struttura e funzione

La villa si sviluppa lungo la direttrice San Canzian – Turriaco. Il palazzo è l’edificio più grande del borgo, con funzione sia di residenza che di centro amministrativo della proprietà fondiaria.

Distribuzione degli spazi:

  • Nord: giardino privato, area di rappresentanza

  • Sud: curtivo e aia, legati alla gestione della terra

  • Aia retrostante: stalle, rimesse, magazzini, collegamento con il contado

Interni:

  • Piano terra: attività produttive e lavoro dei coloni

  • Piano nobile: sale di rappresentanza, stanze private della famiglia, grandi aperture e saloni per eventi

Il complesso si sviluppa con una gerarchia verticale: corpo centrale del palazzo più importante, corpi laterali per attività produttive.

Alla fine del XIX secolo, la proprietà passa a Alessandro de Claricini e Cecilia Locatelli (1879), poi agli eredi dei de Claricini e infine a tre proprietari locali: Pietro Clemente, Antonio Cosolo e Giacomo Cosolo. Dopo la morte di Pietro Clemente, la villa viene suddivisa tra i suoi eredi.


IL NOVECENTO

All’inizio del Novecento, Villa Settimini, allora proprietà privata della famiglia Clemente, fu teatro di una tragica vicenda. Durante le celebrazioni per la collocazione di un monumento dedicato all’imperatrice Elisabetta d’Austria nella piazza del paese, un incendio di vaste proporzioni devastò l’antico palazzo dei Settimini, causando anche la morte di Pietro Clemente e Rosina Trevisan. L’odore persistente di petrolio fece subito sospettare un’origine dolosa del rogo, forse legata a vendetta o a un tentativo di riscuotere l’assicurazione, mentre si ipotizzava che la villa stesse attraversando un periodo di crisi economica.

Due anni dopo, nel 1902, l’edificio venne venduto a Czorzy D. Epaminonda, che probabilmente eseguì lavori di restauro mirati soprattutto a riparare le parti lignee danneggiate dal fuoco. La villa, pur se intaccata dal rogo, mantenne la sua funzione residenziale privata.

Il vero cambiamento avvenne solo quattro anni più tardi, nel 1906, quando il Comune di Pieris e San Canciano acquistò la villa. Per la prima volta in quasi quattro secoli, l’edificio cessò di essere una residenza privata e divenne spazio pubblico. Questo passaggio comportò profonde trasformazioni, sia interne sia esterne: le stanze furono riorganizzate per ospitare gli uffici comunali, le aperture del piano terra furono ampliate per migliorare l’illuminazione, e lo scalone di rappresentanza che permetteva l’accesso privilegiato alla famiglia venne rimosso. Anche lo spazio retrostante, prima cortile privato legato agli annessi agricoli e al giardino della villa, perse la sua funzione originaria e si aprì verso l’esterno, diventando una piazza pubblica a disposizione della cittadinanza.

Nel 1913, il piano di frazionamento dell’Ufficio Tavolare sancì la definitiva separazione tra la villa e i suoi annessi, segnando l’inizio di un destino diverso per ogni parte del complesso. Anche le scalinate subirono cambiamenti: sulla facciata posteriore apparve una scalinata a doppia rampa, successivamente sostituita da un parapetto in muratura, e alcuni gradini sembrano essere stati riutilizzati da quelli dello scalone originale. Tuttavia, molti dettagli restano ancora incerti e le trasformazioni precise non sono completamente documentate.
 

Bibliografia

  • Sotto Monfalcone. Alla scoperta della città e del territorio tra Timavo e Isonzo, p. 151
  • Le ville nel territorio, p. 51-53
  • Ville Venete: la Regione Friuli Venezia Giulia – Istituto regionale per le ville venete, Marsilio 2005
  • Villa Settimini: Storia di un edificio e della sua famiglia - Società friulna di Archeologia ONLUS, Sezione isontina 2012
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